I titoli di coda della fine del mondo

Il canale televisivo Sy.fy cavalca la notizia della fine del mondo e mette in moto un virale semplice e fortemente narrativo. Vuoi essere tra i nomi nei titoli di coda della storia della fine del mondo? Bene, metti nome, ruolo…ed è fatta. Premi invio e ci sei. Davanti a te una lista di miliardi di nomi scorrono sullo sfondo nero su una soundtrack trionfale. Qualcuno ha messo solo il nome, qualcuno figura come “ballerina”, “nano”, “barista”. E tu? Che parte hai fatto in questa storia? La genialità sta nel metterti nei titoli di coda di un film che è in corso. Che ti puoi solo immaginare ed evocare. Adoro quando le idee sanno creare un film che esplode solo nella tua testa. Non avete l’impressione di vederlo?

site: http://www.loscreditosdelfindelmundo.com/

Contrassegnato da tag , ,

Il significato delle immagini sul web

Perché il quadrato è associato al logo del PDL? Che relazione c’è tra il triangolo e Fabri Fibra, e tra un cerchio e Julian Assange?  Sono i risultati del lavoro di Paolo Tognozzi per il concorso Next Arts: 3 libretti composti da immagini raccolte sui motori di ricerca a partire dalla stessa parola chiave. Il risultato è un viaggio misterioso e pieno di interferenze, dove le immagini “perdono lentamente contatto con la parola” per via della nuova codifica linguistica del web. Un lavoro che sembra la continuazione contemporanea dei libretti di Bruno Munari dedicati alle forme geometriche primarie (triangolo, quadrato, cerchio) e racconta l’ampliamento di significati che le immagini subiscono sul web.

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

La Traumathèque, la forza delle immagini

Quello che vedete in foto qui sopra è la Traumathèque, un lavoro del 2002 firmato da Christophe Berdaguer e Marie Péjus, duo di artisti francesi residenti a Marsiglia. L’installazione, presentata in diverse mostre in Francia, è composta da una poltrona, delle cuffie e un televisore a cui è collegato un videoregistratore.
Senza l’intervento attivo del visitatore, questo insieme di oggetti rimane inanimato e, fondamentalmente, privo di senso. Allo spettatore infatti viene chiesto di accomodarsi sulla poltrona posizionata davanti allo schermo di un televisore non sintonizzato, che trasmette semplicemente neige éléctronique, una schermata di puntini bianchi e neri.
In seguito, dopo aver inserito una cassetta vuota nel videoregistratore e ad aver premuto il tasto REC, lo spettatore indossa le cuffie e segue le indicazioni trasmesse da una voce registrata che, come in una seduta di ipnoterapia, serve da guida.
Quest’ultima invita a visualizzare nella mente le immagini che corrispondono ad un trauma passato, senza verbalizzarle, durante la registrazione della videocassetta. Finita la “seduta”, la cassetta viene etichettata con il nome del visitatore e riposta, con le altre, in un apposito archivio che dà il nome all’opera.
Qual è l’interesse di un lavoro del genere, che viene alimentato, ad ogni sua esposizione, dal contributo dei visitatori?
La Traumathèque non è un’opera di arte-terapia, come spiega Christophe Berdaguer nell’intervista che potete ascoltare qui. Lo scopo degli artisti infatti non è quello di curare il visitatore da un male, ma di operare una riflessione sul potere delle immagini.
Le videocassette archiviate, infatti, non contengono altra immagine che la riproduzione della neige éléctronique trasmessa dal televisore. Tuttavia, simbolicamente, esse accolgono le immagini mentali suscitate dalle parole della guida sonora nella psiche di chi ha preso parte all’installazione. E queste immagini dolorose, allontanate dalla mente e immagazzinate nelle videocassette con una funzione catartica, sono vere quanto quelle reali, perché si riferiscono ad eventi traumatici realmente vissuti.
Con la Traumathèque, Berdaguer e Péjus riescono a trasformare un’immagine mentale, priva di confini fisici tangibili, in un oggetto concreto (la videocassetta). Si tratta quindi, attraverso il transfert simbolico di un’esperienza realmente vissuta, della costruzione di uno spazio di memoria fisico e, in sintesi, della conferma del potere della fiction nell’arte.

Videoclip partecipativi: C-mon e Kypski

Diverse volte ci siamo chiesti nell’ambito dei nostri progetti, soprattutto per subito dopo il tramonto, come rendere un video partecipativo senza imbattersi nelle epopee modello Jhonnycash project o simili. Beh, una piccola risposta ce la danno C-mon e Kypski che hanno chiesto ai propri fan di imitare in modo molto semplice delle loro posizioni davanti alla web-cam per produrre poi un effetto collettivo. Quindi, regola numero 1, semplicità di realizzazione per l’utente. Molta molta semplicità… e non è detto che questo renda il prodotto finale una banalità. Date un occhio.

Contrassegnato da tag , , , ,

Essere autori nell’era digitale è disegnare l’informazione?

Manuel Lima è un infografico. Mappa le informazioni. E’ uno dei più celebri designer dell’informazione che si conosca. Lavora per Bing, Microsoft. Ma la mia intenzione non è parlare di lui, ma di riflettere su come il collegamento tra concetti, tra informazioni, diviene ad oggi non solo il criterio di organizzazione dei contenuti, generando uno stile di narrazione più razionale, ma come divenga anche una dominante estetica. A questo ragionamento potremmo legarne un’altro e chiederci: forse è in questo che si racchiude il vero segreto dell’essere autori nell’era digitale? Se questo fosse vero, vorrebbe dire che lo schema della storia non è più l’unico strumento che l’autore ha per le mani. Ma che lo è anche qualcosa di più attinente al content management per web, come ad esempio la progettazione HDM. E il riferimento potrebbe divenire incrociato. Narrazione da una parte, progettazione multimediale dall’altra…

RedGiant.com Brand Tutorial – raccontare una storia facendo un tutorial dimostrativo

Brand tutorial virale della Red Giant. Assolutamente RULEZ.

Un reality TV: 30 giorni chiusi in casa come fosse esplosa una centrale nucleare. Una simulazione per il NO al nucleare.

Quando mi è arrivata la news su NetNewsWire avevo già il sospetto che fosse valido solo dall’intestazione dell’articolo. Ora sono stato sul loro sito ipazzisietevoi e l’ho trovato geniale. Un gruppo di ragazzi e di ragazze di Greenpeace si chiudono in casa e simulano 30 giorni di vita come fosse esplosa una centrale nucleare in Italia. Un intreccio tra storytelling televisivo e resistenza politica.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,

#iftheworldendsonsaturday? Un colossal catastrofico tra radio, video e twitter…

Harold Camping, un conduttore radiofonico e leader di un movimento oscuro cristiano, ha proclamato che il mondo finirà il 21 maggio basato sulla sua interpretazione della Bibbia - e milioni di persone hanno preso nota. Da un annuncio radiofonico, proprio in questo momento, scorre un flusso di opinioni, saluti al genere umano e testimonianze con il bash

#iftheworldendsonsaturday

A parte ogni giudizio di valore sul contenuto di ciò che sta accadendo, è una dimostrazione di come un tema d’impatto possa generare una partecipazione di massa narrativa. In questo caso, è un vero e proprio un colossal catastrofico on-line.

Contrassegnato da tag , , , ,

E adesso cosa vuoi che faccia? Esperimento sulla fiction interattiva…

Funziona così: voi cliccate sull’immagine qui sopra, vi vedete il video, andate sulla pagina facebook goldemonk e scrivete un commento su come vi piacerebbe che continuasse la storia… Mi chiedevo spesso come far funzionare l’interattività in una fiction. E quando ho visto questo mi sono detto “stupido stupido stupido…” Oh, gosh…

Contrassegnato da tag , , , ,

Citazioni virali: parlare di fotografia imitando un war film

Io adoro le citazioni narrative. Un commento per questo virale? Wow.

Contrassegnato da tag , , , , ,
Follow

Get every new post delivered to your Inbox.