Archivi per Case History

Non credo che le persone siano interessanti.
Questa è la prima premessa.

Eppure, spesso, quando mi trovo in mezzo alla gente, o rivedo una persona dopo tanto tempo, oppure semplicemente quando non ho altro di meglio da fare, vengo folgorato da un pensiero. “Tutti hanno un’autobiografia (magari poco interessante), occupano uno spazio e un tempo (forse inutilmente)”…Cioè mi accorgo che esistono anche gli altri (a volte addirittura, ma solo raramente e per brevissimi attimi, mi incuriosisco) e che potrebbero essere l’inizio o la fine di una storia.

Odio i social

Questa è la seconda premessa.
Eppure, se uno scavalla l’ostacolo di voler dire al mondo che esiste ed è variamente felice di esserci (vi garantisco che non è per tutti facile) i social, da Facebook a Twitter, passando per Instagram, sono tutti strumenti autobiografici (per lo più involontari). Da un post di qualsiasi tipo si può capire cosa c’è dietro la vita di quella persona (che in se e per sé rimane un’ombra tridimensionale a colori), e quindi si può vedere una storia.

Due premesse per dirvi che se si riesce a mischiare la vita sui social, lo spazio e il tempo, le persone possono diventare dei notevoli cantastorie (inconsapevoli).
Se avete letto tra le righe vi siete facilmente resi conto che ho scritto delle immense ovvietà.
Eppure, i risultati di queste fusioni non sono affatto scontate, ma producono contenuti originali nella forma (in quanto polimorfi) e nel testo (in quanto ipertestuali)

http://www.rei1440project.com/

foto4lato2

Una selezione delle migliori foto dal mondo divise per il minuto della giornata in cui sono state fatte.
Sono principalmente foto di posti naturali meravigliosi. Le storie che mi fanno venire in mente riguardano tutte le scelte che non ho preso e che nel caso contrario mi avrebbero fatto vivere in posti come quelli.

http://sm.rutgers.edu/thebeat/

foto3lato2

tweet geolocalizzato + foto di google maps + foto tweet + orario del tweet= nell’area che vedi, qualcuno ha deciso di farsi la foto e di pubblicarla.
Ti chiedi:”Perché? ” E le risposte sono tutte divertenti. Provate.

http://worldc.am/

foto2lato2

Vabbè, spesso non funziona, però conta l’idea. Cerchi un posto e vedi le foto Instagram scattate nei dintorni. Praticamente cosa è accaduto da quelle parti, o se sei uno stalker, chi potresti incontrare.

http://larson-shindelman.com/geolocation/traveling-exhibition/

lato2foto1

Date le mie eloquenti premesse i fotografi Larson & Shindelman hanno fatto quello che andava fatto. Un progetto che unisce la geolocalizzazione e lo spunto di un post social, senza dare importanza alle persone che c’erano, non dietro, ma davanti. Hanno tolto l’autore. Sempre la miglior scelta.

Mi piacciono le storie. Solo se inventate. Le persone servono solo per questo.
Questa non è un premessa, ma una conclusione e una promessa.

athome1

Si dice che le migliori storie inizino quando si esce dalla porta della propria casa e quando accade qualcosa che il buon senso non definirebbe normale.

Si dice “Guarda quello! Chissà qual è la sua storia?” quando capita di vedere un barbone.

Gli homeless, per definizione sono usciti dalla propria casa, e quello che li rende speciali è che non sono più tornati indietro.

A rigor di logica, quindi, le storie dei barboni dovrebbero essere le migliori.

Adottiamo questa logica, rendiamola ricerca e poi documentario.
Il risultato sarà puntuale, rigoroso, scientifico. Ma non sarà mai solo uno schema.
Tutto ciò che riguarda senzatetto, disadattati, malati di mente, non può esimersi dal racconto: spiegare le connessioni, usare parole, immagini e musica oltre i numeri, per presentare una realtà, non complessa, ma completa.

Athome è un progetto scientifico, con una base statistica e un obiettivo sociale: far vedere la condizione in alcune città del Canada, delle persone con disabilità mentali che vivono in strada.

Il risultato di questa ricerca è un viaggio.

Non poteva essere altrimenti.

http://athome.nfb.ca/

ATHOME%22

- Se vabbè!”

- Ma sì! Facciamo sto gioco, a livello globale, in cui tutte le persone al mondo sono connesse, e che trasforma la vita reale in un gioco virtuale. Capito!? Una roba che unisce social, realtà aumentata e gioco…”

-..Bhummm! L’hai detta grossa!”

Detta e fatta grossa. Google con Ingress.com ha alzato l’asticella dell’integrazione tra reale e virtuale.

Vi ricordate second life? Aggiungetegli un po’ di divertimento, il fatto che le persone sono di pelle e ossa e che non sempre si conciano come pupazzi giapponesi.

Ora prendete Facebook e a tutte quelle persone vere, oltre all’uso del pollice verso e del pettegolezzo, dotatele di braccia, gambe e di una vita più dinamica.

Ora pensate alla realtà di tutti i giorni. Sappiamo tutti che non è la cosa più divertente che ci sia e che qualche volta avrebbe bisogno di un brivido in più.

Ingress.com è tutte queste cose insieme: idee, dinamiche e creatività.
Non per portare acqua al mulino di Lato2 ma, idee, dinamiche e creatività sono gli ingredienti di ogni struttura narrativa.
Dentro Ingress si è sì nella propria vita, fatta di scelte e obiettivi individuali, ma si è anche in una specie di serie tv tipo Lost, con intrecci e punti di svolta comuni.
Non c’è una storia già scritta ma ci sono tutti i presupposti narrativi per far sì che qualcosa accada.
Creare le storie è fondamentalmente questo: fare in modo che le vite delle persone si intreccino.

Se funzionerà, in un mondo ideale in cui le persone rispondono agli stimoli migliori piuttosto che a quelli cui sono abituati, Ingress farà sembrare Facebook il passato, e finalmente lo farà chiudere.

- Se vabbè!

Sublimare. Scusate l’eccesso ma credo che Gustaf Mantel (alias “If we don’t, remember me”) abbia sublimato le gif.

Prima di tesserne le lodi ho addirittura aspettato (ho scoperto il suo tumblr 2 anni fa). Ho pensato fosse solo un’idea geniale che si autocombustionasse in poco tempo; invece è andato avanti e alla base di questo progetto ho visto quella maniacalità tipica delle cose migliori.

IWDRM non si è limitato a fare gif divertenti, ben fatte o come si potrebbe dire di tante altre gif “Fighe!!”. A mio parere è andato un po’ più “su”, senza per fortuna andare oltre: il mezzo è rimasto quello, la forma si è sublimata.

Staticità imperfetta, istanti asicroni, quadratura spazio temporale, riflesso di noia. Definizioni di questi lavori potrei darne tante, quindi è meglio che non ne dia nessuna.

Mi limito a descriverle giusto per finire e dare un senso a questo articolo.

Gustaf ferma momenti apparentemente vuoti di film d’autore e crea una gif: grazie ad un montaggio perfetto, senza stacchi, l’immagine sembra non fermarsi mai. L’immagine diventa un video, un film.

Ed ecco il senso di questo articolo di Lato 2:  qui si vuole trattare di quanti sono i modi per raccontare una storia.

Bhe! Si può creare anche stando fermi o quasi.

http://iwdrm.tumblr.com/

Il sapere collettivo non è nient’altro che l’autobiografia del mondo. L’ho sparata grossa?! Può darsi, ma Google, che di sapere collettivo se ne intende, forse ha pensato fosse così.

Unire le informazioni vuol dire raccontare una storia. Non importa quanti siano i documenti, l’importanza degli eventi, la popolarità dei personaggi. Ciò che conta è il modo in cui i vari elementi possano essere raccolti e esplorati al fine di creare una storia comune.

In questo senso credo che l’espressione “sapere condiviso ” sia quella che meglio esprime il concetto di “cultura moderna”.

Google Cultural Institute si basa su questa idea: fare di un museo storiografico multimediale la storia stessa dell’ultimo secolo.

http://www.google.com/culturalinstitute/#!home

C’erano una volta i concept album: progetti discografici che ruotavano tutti attorno ad una storia o ad un tema di fondo. Un’idea narrativa ben precisa e un mondo coerente che trovano la loro esplicazione e spiegazione attraverso le tracce del disco.

É stato un fenomeno che ha avuto il maggior successo tra gli anni 60 e 70. Non per spirito nostalgico ma credo che in quel periodo fossero molti gli artisti che avessero molto da raccontare e da dire.

Stesso discorso vale oggi per Natasha Khan (alias Bat for Lashes) con questo progetto. Il “concept” del suo album The Haunted Man, però non ha trovato la sua strada solo attraverso i testi e la musica delle canzoni.  C’era tutto un mondo che doveva essere raccontato: da dove sono venute le canzoni, da quali reali personaggi, da quali emozioni. Un ipertesto che è diventato in modo semplice e a mio parere elegante un nuovo modo di presentare un lavoro discografico.

Nel sito dedicato è possibile ascoltare la playlist dell’album, leggerne la storia e conoscere l’autrice anche attraverso i ritratti fotografici. A parte la buona grafica, potrebbe sembrare un lancio di un disco come tanti e invece non lo è. Il concept dell’album, il suo intento e l’obiettivo rendono il progetto originale: The Haunted Man r un’idea in modo esaustivo, coerente e multiplo.

Leggere una storia ascoltandone la musica. Ascoltare una musica e scoprire da dove viene. Conoscere un autore unendo biografia e arte. In questo senso un album può costituire un progetto editoriale più complesso: un contenitore polimediale di linee e strategie narrative differenti.

Magari può diventare una mobile app.

http://pitchfork.com/features/cover-story/reader/bat-for-lashes/

Oggi solo una riflessione di volata. Qualche giorno fa in Italia in vendita il Kindle fire migliorato. Bell’aggeggio tra i 150 e i 200 euro. Ne voglio fare una recensione? No, non ce l’ho. Quello che mi sembra più importante dire su questo nuovo tablet è come è stato pensato. Un computer ridotto come un iPad? Un multifunzione (un telefono ingrandito) come i tablet Samsung o Mediacom? No. Un vero e proprio centro media dove tenere film, libri, giochi, musica, sia in on-line a che off-line. Principalmente. E’ stato pensato per essere un Hub di Media personalizzato. Sia in forma di file, che di applicazioni che di link. Questo cosa significa? Credo che voglia sottolineare solo un’intuizione: c’è chi usa PC per funzioni complesse, chi il MOBILE per telefonare e messagging, ma chi usa il TABLET vuole praticamente i propri media a portata di mano e poco altro: quelli che lo definiscono. E a fornirteli un legame esclusivo con Amazon.com. Alcuni dicono sia un iPad per poveri. Io credo sia l’unico Tablet ad aver intuito qualcosa per davvero.

Un modo cross-media di fare edu-tainment. Nasce da Arte.tv: è un documentario TV che diventa un portale di approfondimenti tematici video su tips specifiche.

http://www.webgeol.com/fr/

Lexus CinePrint technology per rendere le pagine stampate più interattive. E’ curioso il tentativo dell’adv di rendere più interattiva una pubblicità ma con una tecnica che in fondo presuppone uno sforzo piuttosto alto del consumatore (mettere l’iPad sotto la pagina stampata). In ADV non ne vedo molto futuro, il meccanismo è complesso. Ma in una storia stampata? In un prodotto editoriale narrativo?

Ecco un nuovo stimolo su cosa può essere un prodotto editoriale per device elettronici e da dove può arrivare. Questa roba qui sotto è l’eBook (non iBook) che Fine Frenzy sta rilasciando insieme al suo nuovo album. Ebook che ha scritto per sentirsi meglio durante la scrittura dell’album per scaricare emozioni, tensioni ecc. E che poi diventa oggetto di marketing. Ecco una nota da mettere nella nostra ricerca sul nostro white book: le discipline musica/letteratura/illustrazione possono unirsi in modo inaspettato. Effetto dell’hyperlink mentale, non elettronico, che il new media provoca sulla capacità di creare analogie e connessioni concettuali sul cervello umano. Pensiero reticolare lo chiamavano negli primi studi sul marketing on-line.

http://mashable.com/2012/10/09/fine-frenzy-story-of-pines-ebook/#view_as_one_page-gallery_box8093